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mercoledì 19 novembre 2014

"La violenza nel parto" 29 Novembre 2014 Casa Internazionale delle Donne

In un'intervista su NoiDonne, Gabriella Pacini, ostetrica e presidente di Freedom For Birth Rome Action Group spiega perchè il nostro evento di sabato 29 si chiama "La violenza nel Parto" :

"Il titolo "La violenza nel parto" apparentemente ha un sapore un pò "sensazionalistico" ma in realtà è quello che io ho vissuto e fatto, personalmente, per 10 anni in ospedale: violenza alle donne.   


Sono ostetrica dal 1997 e quando ho iniziato ad assistere i parti, nel grande policlinico romano dove studiavo, appena una donna arrivava in travaglio le facevamo subito la depilazione e il clistere, non le permettevamo di avere nessuno accanto durante il travaglio e il parto, non le permettevamo di alzarsi e muoversi liberamente o scegliere una posizione per il parto - magari accovacciata, per aiutarsi con la forza di gravità -  ma la costringevamo a stare sdraiata sulla schiena in una posizione senz'altro più faticosa e dolorosa per lei. 

Non le lasciavamo neanche bere un pò d'acqua, ma le mettevamo una flebo per idratarla. Non poteva andare al bagno ma portavamo noi una padella. Il più delle volte dilatavamo il collo dell'utero con le dita, una pratica molto dolorosa e anche dannosa.  
Al parto poi le gambe venivano legate al lettino, all'altezza delle cosce, con delle cinte di cuoio e, con una potente spinta sulla pancia e un ampio taglio alla vagina, tra le urla della madre, la creatura finalmente nasceva. 

Se invece queste pratiche non funzionavano - e capitava spesso che una donna sottoposta a quel supplizio non riuscisse a partorire -  allora si andava di là in sala operatoria e le veniva praticato un taglio cesareo

A prescindere dal tipo di parto comunque madre e bambina/o venivano immediatamente separati e per i genitori non era possibile vedere il bambino se non ad orari decisi dall'ospedale. Le donne che facevano il taglio cesareo in particolare soffrivano molto di questo, perché nessuno portava loro la creatura e, quasi sempre finiva che vedevano il bambino per la prima volta dopo 3 lunghissimi giorni, semplicemente perché il nido era "al piano di sotto" e da sole non riuscivano a scendere dopo l'operazione.
Tutte queste pratiche che ho descritto sono molto dolorose e, se praticate di routine senza una precisa indicazione,  sono anche dannose per la salute di madre e persona che nasce

Alcune, come legare le gambe, sono diventate molto rare anche se non sono completamente scomparse e oggi le donne possono, in moltissimi ospedali, avere una persona con se durante il travaglio e il parto. Ma tante altre pratiche, come ad esempio la posizione del parto, rottura del sacco amniotico, la separazione dal bambino/a che viene portato al nido immediatamente dopo la nascita, e il taglio alla vagina (episiotomia), sono ancora molto comuni nella maggior parte degli ospedali.  

Siamo riuscite a vedere riconosciuti molti nostri diritti e la condizione delle donne è molto cambiata negli ultimi 40 anni.  Ad esempio il nostro diritto alla contraccezione, - con la riforma del diritto di famiglia, dopo i referendum su divorzio e aborto e l'abrogazione degli articoli che prevedevano attenuanti per il "delitto d'onore" - rappresenta una conquista indiscussa. Un altra data importante è 1978, l'anno in cui le donne hanno affermato anche sul piano legislativo il diritto ad interrompere la gravidanza: un fondamentale riconoscimento del diritto alla libertà di scelta e autodeterminazione, di poter scegliere e decidere sul proprio corpo e affrancarsi finalmente dal destino biologico di una maternità non desiderata che ha oppresso generazioni di donne. 
Centinaia di migliaia di  donne sono morte per aborti clandestini prima di veder riconosciuto questo diritto.

Ma ancora oggi la stessa libertà non è riconosciuta nel parto

Faccio parte dell'associazione Vitadidonna da 12 anni e se una donna vuole abortire posso indicarle un ospedale dove può farlo secondo il suo sentire: se con il metodo chirurgico o farmacologico, se con anestesia locale o generale. Ci sono ancora grandi difficoltà ma posso aiutarla a scegliere. 

Ma se una donna mi chiede in quale ospedale può partorire scegliendo la posizione del parto e avendo la persona che nasce con se - due semplici , elementari richieste, che non richiedono nessuna particolare attrezzatura da parte dell'ospedale - purtroppo devo ammettere che non esiste ancora a Roma un solo ospedale in cui possa vedere riconosciuti questi suoi diritti contemporanemente. 

Le spiegherò che gli ospedali non seguono le raccomandazioni dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, che raccomandano l'appropriatezza della medicalizzazione e non l'abuso, ma degli obsoleti protocolli interni che non hanno nessuna motivazione medica, e originano da arcaiche pratiche di controllo e disciplinamento del corpo

Le dirò che potrà scegliere la posizione del parto solo se l'ostetrica e in particolare il medico ritengano legittimo questo suo diritto e se, al contrario, pensano che lei debba sottostare a delle prassi e consuetudini (rituali appunto) che non hanno nessuna motivazione medica ma rappresentano un puro esercizio di potere, allora sarà obbligata a salire sul lettino. E che potrà avere il bambino con se solo se la policy dell'ospedale lo considera opportuno, a prescindere dai suoi desideri o condizioni di salute.

In 17 anni che assisto le donne al parto ho imparato alcune cose: ho imparato che sono le donne che partoriscono e non noi che "le facciamo partorire". Ho imparato che se cerco di capire quali sono i bisogni della donna durante il travaglio e il parto e cerco, quando posso, di assecondarli, il parto è più facile, meno doloroso, e più sicuro per la salute della madre e persona che nasce. 

Ma ho anche imparato che malgrado nella nostra Costituzione l'art. 32 riconosca alle persone il diritto di scegliere  e ribadisca come non si possa obbligare nessuno a un trattamento sanitario questo diritto, di fatto, non è riconosciuto alle donne durante il travaglio e il parto. E che, di fatto, le donne vengono oppresse e intimorite con l'artificioso espediente che vuole il parto sempre potenzialmente pericoloso e che tutto questo viene fatto per il bene del bambino.

E ho imparato che le donne ricevono trattamenti sanitari senza che loro possano dare o rifiutare il consenso (vedi episiotomia) e che, di fatto, passano necessariamente attraverso un percorso obbligato. Infatti durante il travaglio e il parto può diventare molto difficile per una donna far valere il proprio diritto alla scelta e autodeterminazione.

Servirebbe un Basaglia anche per le donne nel parto: abbiamo riconosciuto alle persone con problemi mentali il diritto di parlare e decidere della loro salute e ancora non è possibile quando si parla di donne a termine di gravidanza.

Con questo evento, che coinvolge solo alcuni operatori sanitari, ma sopratutto altre figure, vogliamo cercare di fare un pò di luce sul perché di questi "rituali", perché non avendo nessun significato razionale, appunto di rituali si tratta.

Non credo nel bisogno dell'operatore sanitario, medico o ostetrica, di affermare un suo potere possa rappresentare la reale motivazione o possa, da sola, giustificare quanto accade.

Proprio per indagare le motivazioni all'origine di questa condizione, all'evento della Casa Internazionale delle Donne, è stato fondamentale coinvolgere bioeticisti, storiche, antropologhe, psicologhe e femministe che possano aiutarci a far luce  su quelle che sono le ragioni di questo controllo e abuso, che probabilmente ha radici profonde e  riguarda in prima istanza il modello patriarcale da cui proveniamo. Dobbiamo chiederci come viene percepito e normato nella nostra cultura e società il corpo  della donna per poter comprendere la posizione della donna nel parto. Le donne stanno in sala parto così come vengono considerate nella società.  

Ci sarà tra gli altri, relatori anche un antropologa che ci racconterà come in modo molto simile accade la stessa cosa nei parti a casa Bali, da dove è appena tornata. La cosa non mi sorprende affatto: la mistica del "parto naturale" che permetterebbe una maggior espressione della soggettività della donna nelle società a bassa tecnologia non è confermata dagli studi ma al contrario sappiamo che praticamente in tutte le società il parto viene normato e controllato attraverso differenti rituali. 

Nella nostra società, in questo momento storico, questo ruolo di disciplinamento e controllo è assunto dalla tecnologia e  medicalizzazione, che però non rappresenta la causa ma solo lo strumento attraverso il quale noi priviamo le donne del loro potere generativo perché appartiene solo alle donne lo straordinario potere di trasformare un semplice materiale genetico in nuove persone.

Dunque non è tornando alla natura che cambierà qualcosa, ma perderemmo solo i vantaggi che il progresso scientifico ci ha dato.

La strada è un altra e per fare chiarezza ci vuole l'aiuto e il contributo di tutte e tutti."


lunedì 22 settembre 2014

Alcune riflessioni a caldo dopo la proiezione di Microbirth




sabato 20 settembre 2014, alla proiezione dei documentario MICROBIRTH che abbiamo organizzato presso Il Melograno a Roma in via Saturnia, eravamo tante e tanti ma sopratutto era bello essere insieme ognun* con la sua esperienza e prospettiva. 

Pensiamo che nel lungo dibattito che è seguito alla proiezione sono uscite fuori cose importanti, come ad esempio molt* tra noi hanno notato che, anche se in modo molto interessante ed efficace, il documentario proponeva una unica prospettiva: una unica modalità di interpretazione e di approccio alla tutela della salute che non tiene conto di tanti altri importanti fattori che hanno un valore e un peso e che non possiamo permetterci di trascurare.

Ad esempio, ridurre la nostra salute esclusivamente all'ambiente microbico che si genera a partire dalla modalità di parto e/o in base a come veniamo nutriti nelle prime settimane o mesi dopo la nascita, non tiene conto degli effetti della relazione madre-bambin* e dell'ambiente in cui cresce e rischia così di essere solo un nuovo modello a cui dobbiamo adeguarci senza permettere alle persone di scegliere liberamente e di sviluppare la propria specifica competenza. 

Di nuovo, come è emerso dal dibattito, la parola chiave per la salute è EMPOWERMENT. Il documentario comunque ha rappresentato una importante occasione per poter riflettere su quelle che sono le routine ospedaliere che interferiscono con lo sviluppo del microbioma. Come ad esempio sottoporre a profillassi antibiotica oculare la persona che nasce anche se i tamponi vaginali della madre sono negativi per germi patogeni, e questa profilassi viene imposta sempre, in tutti gli ospedali, senza chiedere mai il consenso ai genitori. Oppure alla pratica ormai obsoleta di sottoporre la madre a depilazione e clistere appena entra in ospedale all'inizio del travaglio, alle continue e spesso inutili visite vaginali (potremmo ridurle allo stretto necessario?), alla disinfezione dei genitali prima del parto, alla disinfezione dei capezzoli prima di ogni poppata...e ancora e ancora. Tutte queste pratiche, che sapevano inutili e alcune anche umilianti, fastidiose e dolorose, adesso sappiamo che interferiscono pesantemente con una adeguata colonizzazione batterica al momento della nascita.  


Nel dibattito è stato particolarmente interessante il contributo di Michele Grandolfo e dei filosofi Antonella Ficorilli e Maurizio Balistreri in merito alla libera scelta della donne nel parto anche se, come hanno notato alcune persone dal pubblico, poi nella relazione con ospedali e operatori sanitari non è sempre facile veder riconosciuto il proprio diritto alla libera scelta. Anzi alcune persone, partendo da quelle che sono state le loro esperienze personali, lo considerano quasi impossibile. 


E anche noi di FFB RAG tante volte abbiamo raccolto testimonianze di donne che al momento del parto non sono state veramente libere di scegliere come e dove partorire ma al contrario hanno visto ignorate le loro legittime richieste. Grandolfo ha fatto più volte riferimento alla opportunità che le donne hanno di ricevere le corrette informazioni anche attraverso i canali WEB, che rappresentano una risorsa fondamentale, uno strumento di libertà e democrazia che permette a tutti di accedere ad informazioni che fino a pochi anni fa erano solo a disposizione di pochi. Per questo abbiamo messo nel nostro blog anche riferimenti a quelle che sono le più aggiornate raccomandazioni nel percorso nascita, e vi invitiamo a contribuire con aggiornamenti e commenti. 

Il contributo di Teresa de Pascale, ostetrica storica e militante di una realtà così difficile oggi per la donne come quella di Napoli, è stato importante e ci ha ricordato che noi donne abbiamo dovuto sempre batterci contro un sistema che cerca (e ahimè spesso riesce) di limitare la nostra libera scelta, e come abbiamo già fatto altre volte nella storia, sta a noi tutte opporci, ognun* con la propria modalità e specificità, per poter affermare i nostri diritti. 

E' stato bello ed emozionante assistere ad un dibattito così ricco insieme a tante coppie in gravidanza e tante altre che erano già genitori. Tante persone hanno voluto associarsi con FFB RAG per partecipare ed essere più coinvolte nel dibattito sulla nascita!

Eravamo tante e tanti e la prossima volta saremo anche di più!